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Uganda: quando l’”interruttore” di internet è in mano al governo

Immagina una realtà dove la polizia entra in casa o in ufficio e requisisce i computer senza apparente motivo. Una realtà dove per giorni e giorni internet viene “spento”. Niente più social, ricerche, messaggi, app. Sembra surreale?

Eppure è quanto è accaduto in Uganda pochi giorni fa. L’Uganda è un paese dell’Africa centro-orientale dove il 14 Gennaio 2021 si sono tenute le elezioni presidenziali, che hanno conferito a Yoweri Museveni, ormai in carica da 35 anni, la possibilità di rinnovare il proprio mandato per la sesta volta consecutiva.

La riconferma di Museveni a capo del governo ugandese è giunta dopo uno dei periodi elettorali più controversi e sanguinosi della storia recente del Paese, che hanno visto il longevo presidente confrontarsi con Bobi Wine, all’anagrafe Robert Ssentamu, famosa popstar prestata alla politica e principale leader dell’opposizione. Lo stesso Wine, che nonostante si sia fatto promotore di politiche riformatrici e istanze liberali è stato spesso criticato per le sue posizioni omofobe e intolleranti, nelle settimane precedenti alle elezioni è diventato il bersaglio di numerose azioni illegali da parte delle autorità. Dopo essere scampato ad una sparatoria in cui hanno perso la vita 50 persone, Wine è stato infatti incarcerato ben tre volte e, lo stesso 14 gennaio, il giorno delle elezioni, il politico si trovava agli arresti domiciliari.

Se ciò non fosse abbastanza, il clima di forte tensione che ha accompagnato le elezioni presidenziali ugandesi è stato ulteriormente aggravato dal completo shutdown di internet, decretato dal governo a partire da martedì 12 gennaio, poco prima dell’apertura dei seggi. Per più di 100 ore tutto il Paese è rimasto in uno stato di virtuale isolamento, con tutti i servizi online, inclusi motori di ricerca, social e piattaforme per pagamenti completamente bloccati.

L’unica alternativa, che non ha comunque costituito un’opzione per gran parte della popolazione, è stata l’utilizzo delle cosiddette VPN (Virtual Private Networks), reti utilizzate in contesti in cui l’accesso a internet è limitato o strettamente controllato. Permettendo l’accesso alla rete internet tramite la connessione a server stranieri, le VPN consentono di usufruire dei servizi bloccati, sebbene molto spesso non garantiscano né la totale sicurezza della navigazione, né la buona qualità della connessione.

Le motivazioni dietro la decisione del governo di bloccare internet sono tuttora poco chiare. Basti sapere che il presidente Yoweri Museveni aveva già accusato i social di “arroganza”, puntando direttamente il dito contro il colosso dei social network gestito da Mark Zuckerberg. La critica del presidente nasceva proprio dalla decisione di Facebook di oscurare numerosi account gestiti dal governo, accusati di manipolazione dell’opinione pubblica e di sabotaggio dell’opposizione in vista delle elezioni.

“Nessuno può venire qui a prendersi gioco del nostro Paese e decidere chi sono i buoni e chi sono i cattivi” è stata la risposta di Museveni, che poco dopo ha chiesto alla commissione per le comunicazioni di interrompere temporaneamente i servizi internet a partire dalle ore 19:00 del 13 gennaio fino a data da definirsi. Sebbene la connessione sia stata ripristinata dopo lo scrutinio dei voti, i social sono rimasti inaccessibili per giorni, mentre sembra che la situazione stia tornando solo ora ad una situazione di apparente normalità.

Il ricorso allo shutdown totale di internet in tempi di elezioni è una pratica estremamente controversa e contraria ai principi basilari di una solida democrazia: tuttavia non è la prima volta che le votazioni in Uganda si svolgono in tali condizioni. La riconferma di Museveni al potere per altri 5 anni è inoltre un campanello d’allarme per lo stato di salute dei processi democratici nel Paese, che rischiano di essere messi da parte per far posto ad un regime sempre più autoritario e dispotico.

 

Andrea Branco, Giulia Di Maio e Elisa Nardecchia

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