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Fare l’elemosina all’estero: come comportarsi?

Fare bene il volontariato all’estero non è cosa facile. Così come tutto ciò che riguarda il mondo della cooperazione internazionale, anche il volontariato si basa su equilibri e principi etici da conoscere e rispettare per avere un impatto positivo sulla comunità globale. Ci sono tantissime questioni etiche da esplorare, ma oggi abbiamo deciso di parlare dell’elemosina.

Definire il ruolo del volontario internazionale, a volte, non è proprio semplicissimo. Sappiamo che il volontario non è un cooperante, e questo meriterebbe un post a parte. Sappiamo poi che il volontario non è un turista, e di questo ne abbiamo già parlato. Ma come comportarsi di fronte alla richiesta di elemosina avanzata spesso da individui o intere comunità nei confronti dei volontari stranieri? Il volontario può ricoprire il ruolo di chi fa l’elemosina? Ed in che modo questo influenza tutto il settore?

Il volontario dona il suo tempo

Penso che saremo tutti d’accordo nell’affermare che il volontario, quando va all’estero, sta già donando qualcosa: il suo tempo, le sue capacità, la sua passione. Ma questo, a volte, non sembra essere abbastanza. Se siete già stati all’estero come volontari, ma non solo, saprete che le comunità che hanno più bisogno, appena vedono uno straniero, non esitano ad allungare la mano e chiedere un’elemosina. E poco importa che tu stia già lavorando con un’associazione o no.

Elemosina, un impegno morale?

L’elemosina è un contributo certamente molto apprezzato da chi lo riceve. In alcune culture, compresa la nostra (intesa come retaggio europeo-cristiano), ma anche in quella arabo-musulmana, fare l’elemosina ed aiutare il prossimo è un atto di fede. Insomma, c’è l’idea che rifiutare l’elemosina sia proprio degli egoisti e degli indifferenti.

Ma se entriamo un po’ nei tecnicismi dello sviluppo e della cooperazione cominceremo a sentire pareri discordanti sull’elemosina. Anzi, più che altro contrari. Perché l’elemosina instaura un rapporto di dipendenza tra la persona che ha e quella che non ha. È insomma la storia del pesce e dell’insegnare a pescare.

Si dice: “Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”. L’elemosina è il pesce. Ma allora come insegnare a pescare?

La differenza tra elemosina e donazione

Insegnare a pescare vuol dire combattere non gli effetti, ma le cause che generano povertà ed impediscono agli individui di uscire da questo circolo vizioso. Insegnare a pescare, quindi, non è altro che l’implementazione di progetti sostenibili di sviluppo sociale ed economico che mirano ad eliminare la povertà alla radice, con l’educazione, il rispetto dei diritti umani e la cura dell’ambiente.

Fare una donazione per sostenere uno di questi progetti è quindi un atto che va al di là dell’elemosina. Vuol dire sostenere una strategia di sviluppo, cercare di vincere la guerra contro la povertà e non solo una battaglia.

Anche il volontariato, se vogliamo, è una donazione: siamo noi che scegliamo di sostenere un progetto di sviluppo e di fare la nostra parte contribuendo non con i nostri soldi, ma con le nostre azioni.

Il lungo termine ed i bisogni immediati

Il volontario quindi, con il suo lavoro ed il suo contributo, sta partecipando alla guerra contro la povertà. Sta donando il suo tempo e le sue capacità per promuovere un cambiamento sostenibile che, se tutto va bene, porterà maggior benessere alla comunità e ridurrà il livello di povertà.

Ma il cambiamento sostenibile non produce effetti immediati. È impossibile vederne i risultati in due settimane, in un mese, in sei mesi, in un anno. È un processo complesso e, soprattutto, lento. Nonostante i nostri sforzi, e quelli dell’associazione per cui lavoriamo, nell’immediato futuro ci saranno ancora pance vuote a fine giornata, bambini costretti a lasciare la scuola per lavorare e mani tese a chiedere l’elemosina.

Il volontario che fa l’elemosina

Di fronte alle privazioni che la popolazione deve affrontare, è facile sentirsi in difetto, sentire che non stiamo facendo abbastanza. E l’idea di mettere una moneta nella mano di chi ci chiede un aiuto non sembra così assurda. Va bene, l’elemosina crea dipendenza, ma chi dà da mangiare a questo bambino sta sera?

Argomento valido, ma ogni scelta ha le sue conseguenze. L’elemosina, in alcune comunità, diventa un business. I bambini non vengono mandati a scuola perché sono più efficaci degli adulti nel chiedere l’elemosina. E quando tornano a casa la sera si sentono apprezzati non per i progressi fatti in matematica e storia, ma per la quantità di monetine che sono riusciti a racimolare. I bambini mendicanti, così come i disabili, sono spesso una forza lavoro vera e propria, che facilmente sfocia anche nell’illegalità.

Ed il volontario che dà l’elemosina, dà anche un esempio ed un precedente. Insegna che il bianco che viene con le Ong ha i soldi e che è disposto a darli. Il nostro lavoro, il nostro contributo e le nostre capacità vengono quindi messi in secondo piano, perché si scopre che abbiamo qualcosa di molto più interessante da dare: i soldi.

Ma allora dobbiamo chiudere gli occhi di fronte alla povertà di oggi, nell’attesa che non esista più domani?

Non fare l’elemosina non vuol dire questo. Si può sempre contribuire a progetti di assistenza strutturata, come le mense per i più bisognosi, le campagne mediche gratuite, le raccolte di beni di prima necessità, o molto semplicemente continuare a sostenere il lavoro delle Ong a base comunitaria. Non è certo una soluzione (come dicevamo prima), ma almeno qualcuno, quella sera, andrà a dormire con la pancia piena ed una calda coperta sulle spalle. E magari, domani, ci sarà un bambino in meno per strada a chiedere l’elemosina.

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